Viaggio nella psicologia della moda: intervista a Michela Formicone


Hai mai la sensazione di essere alla costante rincorsa della moda del momento?


Ogni anno un'azienda di moda fast arriva a produrre in media 30 collezioni diverse.


Il risultato? Tutto quello che avevi comprato ieri è già superato e ti ritrovi ad essere costantemente fuori moda.


Potrei iniziare un discorso lunghissimo sugli effetti disastrosi che il mondo della moda sta causando al nostro pianeta ma oggi voglio concentrarmi su di te.


Già, perché correre dietro ogni tendenza ha ripercussioni anche su di te e non mi riferisco solo alla velocità con cui spariscono i tuoi risparmi.


Prima di diventare una consulente d'immagine, ogni volta che mettevo piede in un negozio mi ritrovavo con una gran confusione in testa.


Ero così sommersa da nuovi modelli, colori e fantasie, che riuscire a trovare il mio stile e mantenerlo nel tempo, comprando solo cose che rispettassero il modo in cui volevo vestirmi, era praticamente impossibile.


Quello che vedevo intorno a me era un miscuglio insensato di abiti... e alla fine il mio inconscio mi guidava sempre verso le cose che indossavano già la maggior parte delle persone.


Oggi, invece, entro in un negozio e a colpo d'occhio capisco già se c'è qualcosa che andrà bene per me o meno.


Qual è il mio super potere? Ho chiaro in mente qual è il mio stile! So cosa indossare per esprimere davvero me stessa.


E tu? Sai qual è il tuo stile?


Ma soprattutto, ti sei mai chiesta come quello che ogni giorno scegliamo di indossare influisce su di noi e su chi ci osserva?


Quali sono i processi che guidano il nostro inconscio verso la scelta di un abito piuttosto che un altro?


Per scoprirlo ho chiesto aiuto ad una vera esperta del settore!

Sono felice di presentarti Michela Formicone, appassionata in Psicologia della Moda, a cui ho fatto alcune domande che vorrei condividere con te!


  • Allora Michela, raccontaci di te. Com'è nata la tua passione per la psicologia della moda?


Come prima cosa, vorrei cominciare ringraziandoti per avermi dato l’opportunità di parlare della mia passione in questa intervista.


Io sono laureata in psicologia. Ho conseguito una laurea triennale in Psicologia e Processi Sociali ed una Magistrale in Psicologia della Comunicazione e del Marketing, entrambe alla Sapienza di Roma.


L’obiettivo di studiare come funziona la mente umana e i meccanismi alla base della comunicazione è sempre stato chiaro per me: ho deciso che avrei intrapreso questo percorso fin dall’adolescenza.


La moda, poi, mi ha sempre accompagnata nella vita: già da bambina sfogliavo con ammirazione ed occhi sognanti Vogue e Glamour (quest’ultimo, ahimè, oggi non c’è più).


Per lungo periodo le due passioni hanno viaggiato su binari paralleli. Si sono poi incontrate con la mia tesi di laurea triennale, dedicata ai musei della moda nel Lazio: uno studio in cui ho analizzato i significati nascosti “tra le trame dei tessuti” (questa è una parte del titolo della tesi) e il modo in cui, in diverse epoche storiche, la moda ha simboleggiato talvolta potere, talvolta rivoluzione, talvolta rivendicazione etnica.


Più recentemente, ho lanciato sul mio profilo Instagram una rubrica chiamata “PsicoFashion”, dedicata all’incontro tra il mondo della moda e quello della psicologia, intesi in senso ampio.


PsicoFashion è per me molto stimolante e mi ha permesso di collaborare con diverse colleghe che lavorano in questo ambito.


  • Perché la psicologia della moda dovrebbe interessare a tutti?


La moda è cultura.

Tutti, volenti o nolenti, siamo immersi nella cultura. Anche coloro che si ritengono “controcorrente” si pongono comunque in relazione ad una cultura di riferimento.


La psicologia della moda ci aiuta a capire i “perché” del nostro modo di vestire. E no, non ci vestiamo solo per protezione, pudore o ornamento. Nelle parole di Roland Barthes (1966 – e sottolineo 1966!), “Indossare un vestito è un atto di significazione, dunque un atto profondamente sociale, installato nel cuore stesso della dialettica della società”.


Ma la moda non riguarda solo la cultura ed i rapporti dell’uomo con la società. Noi scegliamo un certo abito, un certo stile, determinati colori, anche per come ci fanno sentire. Ricerche scientifiche dimostrano che l'abbigliamento influenza i nostri processi mentali e le nostre percezioni, che possono a loro volta cambiare le nostre menti e il modo in cui pensiamo.


Vi cito a tal riguardo uno studio pubblicato dalla Professoressa Karen J. Pine, dell’Università dell’Hertfordshire, nel suo libro del 2014 “Mind What You Wear: The Psychology of Fashion”, in cui rileva che studenti che indossavano una maglietta di Superman si descrivevano, rispetto a coloro che indossavano magliette semplici, non solo come più capaci e più attraenti di altri, ma anche maggiormente in grado di sollevare pesi.


Per rispondere brevemente alla domanda, direi che la psicologia della moda dovrebbe interessare a tutti per la sua rilevanza tanto a livello sociale/culturale, quanto a livello individuale.


  • Il settore della moda tiene in considerazione il lato comunicativo? Su cosa si basano le loro scelte stilistiche?


La moda cambia insieme alla società.

Gli stilisti e i diversi brand del fashion system non sono avulsi dal contesto. Non penso che si possa immaginare in questo una dualità. Non ci sono da una parte gli stilisti che impongono determinate mode e dall’altra la popolazione che vi si adegua.


La moda nasce da influenze reciproche e dalla capacità degli stilisti di interpretare attraverso le loro creazioni tutte le istanze che provengono dalla società, che è in continua evoluzione.


Certo, poi ogni stilista ed ogni brand hanno il proprio stile ed il proprio modo di interpretare la realtà, in base alla propria creatività. Quindi c’è una commistione tra personalità dello stilista e/o del brand e sollecitazioni che arrivano dal contesto sociale.


A testimonianza dello stretto legame tra moda e società e della forte capacità comunicativa dell’abbigliamento vi faccio un esempio (che spiega anche quello che vi stavo accennando, cioè da dove nasce il processo creativo degli stilisti).


Negli anni ’30 erano molto diffuse gonne longuette, tipicamente strette. La popolarità di questo modello era dovuta al suo essere assimilata ad un ideale di snellezza e giovinezza. Durante la guerra, si abbandonò questo tipo di gonna in favore di modelli più ampi, che favorissero il movimento ed il lavoro. Negli anni ’50 poi esplose la moda della minigonna, che si elesse a rappresentazione degli ideali post-bellici di libertà.

  • In modo pratico, come scelgo un look in base a quello che voglio comunicare?


Ogni mattina ci troviamo davanti al nostro armadio e dobbiamo compiere la fatidica scelta: cosa mi metto?


Questa scelta viene direzionata tendenzialmente da due aspetti: come mi sento e come mi voglio sentire. Esiste una stretta relazione tra queste due tendenze: scegliamo determinati abiti perché ci sentiamo in un certo modo (ad esempio, sono triste, non mi sento al massimo delle mie possibilità, allora scelgo quella felpa nera tanto comoda e via); ma ci sono situazioni in cui, all’opposto, scegliamo abiti che ci regalino sensazioni diverse rispetto a ciò che proviamo (ad esempio, devo affrontare una situazione nuova e sconosciuta, allora indosso quella giacca rossa che mi fa sentire più forte e sicura di me).


Penso sia importante sottolineare che ciò che fa provare a me determinate emozioni, non necessariamente le farà provare a qualcun altro. La giacca rossa che a me dona empowerment, ad un’altra persona può creare disagio ed imbarazzo.


Le scelte stilistiche individuali sono perciò qualcosa di estremamente personale, non esistono regole valide per tutti. Pensate, per esempio, ad un paio di sneakers colorate: dal mio personale punto di vista, io mi sentirei un po’ “bambina” indossando questo tipo di scarpe; mia madre, al contrario, si sentirebbe più giovanile, perfino più energica.


Perciò, per scegliere un look in base a ciò che vuoi comunicare dovrai come prima cosa analizzare il tuo armadio e comprendere se e in che misura ti senti rappresentata/o da ciò che c’è al suo interno.